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Recensione di Copenaghen, Teatro Argentina, 27 ottobre 2017.

Dopo diciotto anni dalla sua prima rappresentazione, ripetuta a varie riprese, va in scena a Roma, al Teatro Argentina, il pluripremiato Copenaghen, thriller scientifico-politico a tre voci di Michael Frayn, nella traduzione di Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi, con la regia di Mauro Avogrado e rappresentato sempre dalla stessa formidabile  compagine composta da Umberto Orsini, Massimo Popolizio e  Giuliana Lojodice.

Copenaghen è emblema di un teatro di parola, di concetto e recitazione che resta moderno, attuale e affascinante nonostante il tempo che passa.

In un ambiente che riporta ad un’aula di fisica, con tanto di lavagne su cui campeggiano misteriose formule, si incontrano tre persone: sono Niels Bohr (Umberto Orsini), sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice) e Werner Karl Heisenberg (Massimo Popolizio). Sono lì per chiarire avvenimenti che sono accaduti molti anni prima, quando erano ancora vivi.

In questo luogo/non luogo, immerse in un’atmosfera rarefatta, le tre essenze, tre anime, tre potenti energie cosmiche, ma, soprattutto tre testimoni, tentano di far luce su un mistero rimasto insoluto per moltissimo tempo: che cosa avvenne nel lontano 1941 a Copenaghen quando improvvisamente il fisico tedesco Heisenberg fece visita al suo maestro Bohr in una Danimarca occupata dai nazisti?

“Ci sono domande che sopravvivono a chi è morto, che si aggirano come fantasmi, che cercano le risposte che non hanno trovato in vita”: ora che sono morti, ora che tutto è accaduto, “adesso che nessuno può più essere ferito, nessuno può essere tradito”, l’uomo ha bisogno di sapere perché Heisenberg andò a trovare l’amico Niels Bohr a Copenaghen nel 1941 e perché quella visita segnò la fine della loro famosa amicizia.

Ha luogo così un processo privato a porte chiuse, una resa dei conti postuma in cui due dei più grandi fisici del ‘900 si confrontano sulle intenzioni e le motivazioni palesi e nascoste che li hanno condotti ad operare determinate scelte.

Tra loro, a regolare in parte il corso dei ricordi e a riportarli nella loro precisa determinazione temporale, Margrethe, la moglie di Bohr.

Entrambi protagonisti attivi e di spicco della ricerca scientifica, Heisenberg e Bohr si trovavano a vivere e lavorare su fronti opposti: il primo ebreo tedesco al servizio della Germania nazista, il secondo per metà ebreo in una Danimarca assediata dai nazisti.

Entrambi probabilmente vicini alla creazione della bomba atomica, i due amici si trovarono a mettere a disposizione le proprie teorie e scoperte su fronti contrapposti.

Che cosa spinse l’allievo Heisenberg ad andare a trovare il suo maestro Bohr? Cosa si dissero nel giardino della casa di quest’ultimo?

Che Heisenberg, a capo del programma nucleare militare tedesco, volesse offrire a Bohr la protezione della Gestapo in cambio di qualche segreto? O, piuttosto, sconvolto da scrupoli morali, pur amando la propria patria, ma non aderendo al nazismo, tentasse di fornire informazioni sui principi della fissione a Bohr per rallentare o contrastare il programma tedesco?

Su queste ipotesi l’autore mette a segno un testo avvincente e affascinante dove gli eventi e le storie si accavallano e i piani temporali si sovrappongono.

Con un ritmo incalzante viene messo in scena un racconto che è narrazione di eventi e ricordo, composizione di ipotesi e storia. Le diverse congetture sollevate nel tempo trovano spazio nei vari incontri tra i due fisici di cui ne vengono seguiti gli sviluppi.

Così, tra supposizioni e dati di fatto, illazioni e testimonianze storiche, i Principi di Indeterminazione e Complementarietà che resero celebri i due scienziati e che vengono enunciati più volte nella rappresentazione, sono essi stessi drammaturgia, testo, oltre che pretesto, e luoghi metafisici nei quali calare gli eventi e attraverso cui leggerli.

Il testo è un racconto formidabile che mette insieme, con grandissima maestria e fascino, storia e letteratura, fisica e filosofia. Tempo e storia si mescolano attraversando le dimensioni, oltrepassando il passato per raccontare una storia dal senso costantemente attuale. Le domande ottengono risposte che sono solo parziali, perché una sola verità non esiste, ma esistono verità diverse per i diversi punti di vista.

I tre protagonisti, Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice  sono straordinari nel rappresentare l’umanità e la complessità psicologica dei personaggi, giocando sulle luci e sulle ombre, riuscendo a muoversi con costante disinvoltura tra i diversi piani di lettura accompagnando ogni volta lo spettatore avanti e indietro nel tempo e nella storia  e rendendo intellegibili anche i pensieri più ostici.

Ne esce fuori un racconto che ha gli elementi del romanzo storico, ma anche del trattato di fisica, di psicologia e di filosofia, arricchito dall’atmosfera enigmatica dei migliori gialli che abbatte i tecnicismi più puri rendendone comprensibili tutti i passaggi e gli sviluppi

Umberto Orsini e Massimo Popolizio riescono con eccellenza a restituire non solo gli scienziati, ma anche, e soprattutto, gli uomini, nel loro orgoglio, nella loro caparbietà e fierezza, anche nei loro dubbi e contrasti intimi e reciproci.

Giuliana Lojodice con decisione e ostinazione rappresenta ogni volta un vaso comunicante tra i mondi dei due fisici. E’ donna, moglie e madre e come tale, riesce con piglio a riportare le speculazioni dei due scienziati alle ragioni e alle influenze subite dalla situazione politica del tempo e dalla dimensione psicologica del momento.

Copenaghen è un capolavoro di teatro di parola e recitazione con protagonisti che sono delle vere e proprie eccellenze.

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Copenaghen
di Michael Frayn
traduzione Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi
regia Mauro Avogadro

con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e con Giuliana Lojodice

produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
in coproduzione con CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia

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