24131513_959969464154454_5251116187669910871_n

24131513_959969464154454_5251116187669910871_n 23915544_955757871242280_2247508027182169493_n

Foto di Pino Le Pera

 

Sarà in scena fino al 10 dicembre al Teatro Vascello di Roma Saved, di Edward Bond, prodotto da La Fabbrica dell’Attore e diretto da Gianluca Merolli.

Un testo crudo, a tratti feroce, di denuncia del capitalismo che ha creato dinamiche di alienazione dell’uomo a cui ha tolto la capacità di riconoscere il bene dal male e di scegliere di conseguenza, narcotizzandolo e condannandolo ad una dimensione perennemente incerta e precaria lasciandolo senza punti di riferimento.

Racconta di uomini e donne che vivono ai margini, conducendo un’esistenza desolata priva di senso, attraversando un vuoto immenso che li inghiotte sempre più oscurando totalmente la possibilità di riconoscere altri modi di vivere.

Saved è la storia di una famiglia che non sa riconoscere l’affetto e il calore, ma vive passando dall’indifferenza alla competizione tra continui accessi di rabbia dettati da una frustrazione che non trova redenzione. E’ anche la storia di un gruppo di giovani, un branco, singoli individui privi di qualsiasi slancio costruttivo, di qualsiasi afflato vitale, chiusi nell’incuranza del prossimo, che solo insieme riescono a sentirsi, a modo loro, parte di qualcosa, e che riescono ad esprimersi solo nell’uso della violenza. Tutti i personaggi saranno, in un modo o nell’altro, attivamente o passivamente, colpevoli e complici della morte d un neonato.

Harry e Mary sono una coppia fallita, senza amore, senza dialogo. Vivono in una piccola e squallida casa della periferia londinese. Pam è la loro figlia che passa con disinvoltura da un amante all’altro, credendo ogni volta di essere innamorata. Len è uno di questi: i due si incontrano, si amano, si lasciano. Len non lascerà mai quella casa, assistendo allo sbocciare, al consumarsi e al bruciarsi dell’amore di Pam per un altro giovane, Fred, dal quale avrà un figlio e dal quale sarà lasciata subito dopo. Fred frequenta un gruppo di poveri disgraziati. Un giorno Pam, stanca ed esasperata dai continui pianti del bimbo, lo porterà al padre, lasciandolo in carrozzina vicino a lui nel parco.

A quel punto il branco comincerà a prendere in giro il neonato, dapprima quasi ingenuamente, poi sempre con maggiore asprezza, fino a scatenarvisi contro con cieca violenza e truce ferocia, arrivando a lapidarlo. Fred non farà niente per fermarli, anzi parteciperà alla lapidazione. Len, nel frattempo, rimarrà nascosto, immobile, a fissare tutta la scena, senza muovere un muscolo. Fred sarà l’unico denunciato e a finire in prigione. Quando uscirà di prigione nulla sarà uguale a prima, ma tutto resterà lo stesso.

Saved racconta con feroce lucidità la povertà e la frustrazione di una classe sociale senza mezzi e senza sostegno. I personaggi vivono in un costante stato di disperazione, emarginazione ed alienazione. Le loro vite procedono sempre in un’unica direzione, con lo stesso ritmo marcio, senza evoluzione, privi di ogni possibile riscatto.  Non esistono il bene e il male, esiste solo il baratro delle loro vite. Sono uomini e donne che non possono decidere, che non sanno decidere perché per loro non ci sono alternative.

Hanno ucciso e sotterrato sotto metri di terra l’innocenza, così come hanno trucemente ucciso il bimbo di Pam, quella nuova creatura che non ha mai avuto un nome, perché dargli un nome avrebbe significato riconoscerlo come qualcuno, dargli un’identità e una consistenza ontologica, magari anche dignità. Riconoscerlo avrebbe significato riconoscersi in lui come qualcosa che non si è più e che si è perso per sempre.

Invece, nulla di nuovo è possibile, nessun germe di cambiamento può attecchire in quel terreno secco e arido ormai divenuto sterile. L’unico linguaggio conosciuto è la crudeltà, l’unico mondo conosciuto è la violenza, unica modalità che fa sentire vivi.

Saved è un testo freddo, neutrale, nel senso che non si pone in maniera didascalica o psicologica, non cerca di chiarire le dinamiche che portano a compiere certe azioni. Né ha una valenza morale: qui non c’è giudizio etico.  Non c’è compassione, non c’è solidarietà, non si richiede partecipazione emotiva.

Allora, a cosa fa riferimento il titolo? Chi si salva o cosa salva? Qualcosa resta sospeso nel silenzio di quel quadro familiare ricomposto come i cocci di una tazza, in quella comunità di nuovo insieme, ma muta. Forse la salvezza è nel continuare a stare insieme, fare gruppo nonostante tutto, cercando di dimenticare il passato come si strappano le pagine di un calendario. Non è dato sapere cosa sarà dopo. Forse qualcosa si potrà aggiustare e da lì si potrà ricominciare.

Gianluca Merolli, con la sua quinta regia, si confronta con qualcosa di completamente diverso da ciò che ha fatto finora, qualcosa di fortemente cercato e voluto che lo ha esposto a molte difficoltà e grossi rischi.

Volendo rispettare il testo integrale, nella traduzione di Tommaso Spinelli, Merolli ha dovuto manipolare una materia difficilissima e scomoda, per forma e contenuto, riuscendo a restituire quel senso di stagnazione delle relazioni e dei ruoli sociali che è in Bond e le tensioni e la drammaticità di cui si è esposto sopra.

Il lavoro più grosso è stato certamente quello con gli e sugli attori, sulla loro capacità di prendere quei personaggi e farli propri, al di fuori di ogni giudizio personale, e aderirvi nonostante tutto. Rispettare e mantenere tutto il tempo l’ambientazione cupa e desolata, fatta di rabbia e crudeltà, ma anche silenzi; riuscire a dare corpo, presenza e sostanza all’assenza: assenza di valori, assenza di prospettive, assenza di umanità.

In scena attori di grandissimo talento: un’intensa Manuela Kustermann, perfetta nei suoi accenti come nelle pause e nei silenzi; un grande Francesco Biscione; una strepitosa Lucia Lavia, ipnotizzante, feroce, sofferente, disperata, alienata, bisognosa d’amore; un magnifico Marco Rossetti, così fisico, sempre teso, sempre ai limiti; un Gianluca Merolli, nuovo e diverso, trasformato nell’aspetto da sorprendere, giustissimo nel dare e nel togliere, sia con la regia che  con l’interpretazione.

Il branco è costituito dai credibilissimi e “feroci” Antonio Bandiera,  Carolina Cametti, Michele Costabile, Marco Rizzo e Giovanni Serratore. Agli ultimi due va riconosciuto un guizzo in più, per presenza, intenzione ed espressività.

L’impianto scenografico di Paola Castrignanò con la collaborazione di Paolo Ferrari colpisce l’attenzione è ed funzionale all’impostazione di Bond di dividere il testo non in atti, ma in scene: tre pedane movibili e girevoli costituiscono i tre piccoli ambienti domestici, salotto, cucina e camera, nei quali si svolgono i drammi familiari ed esistenziali. Il resto è tutto palco e altri pochi e ben congegnati arredi di scena.

Le luci di Valerio Geroldi danno risalto ad ogni momento giocando con l’intensità e le sfumature.

Il compito di pensare, dirigere e organizzare i movimenti, qui quanto mai importanti e preziosi, è stato affidato all’esperienza di Marco Angelilli, che è riuscito nel difficile compito di dare dinamica a dei personaggi umanamente statici, stagnanti, in modo che potessero restituire tensione.

 

Saved

Di Edward Bond

traduzione di Tommaso Spinelli
regia di Gianluca Merolli
La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

con Francesco Biscione,  Manuela Kustermann,  Lucia Lavia, Gianluca Merolli, Marco Rossetti
e con Antonio Bandiera,  Carolina Cametti, Michele Costabile, Marco Rizzo e Giovanni Serratore

movimenti Marco Angelilli
scene Paola Castrignanò

costumi Domitilla Giordano
luci Valerio Geroldi
consulenza musicale Fabio Antonelli
scenografo collaboratore Paolo Ferrari
aiuto regia Maddalena Serratore e Antonio Bandiera

Si ringrazia l’ufficio stampa Cristina D’Aquanno

FacebookTwitterPinterestGoogle +Stumbleupon