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Siamo ormai tempestati giorno e notte dalle chiamate dei più svariati call center che vogliono venderci ogni genere di prodotto. Fortunatamente i moderni smartphone ci aiutano a identificare le chiamate sospette e a bloccare i numeri chiamanti, ma ogni giorno se ne presentano di nuovi.

Eppure, guardandolo da un altro punto di vista, i call center sono una realtà preponderante nel mondo del lavoro, alla quale molti giovani disoccupati o meno giovani magari esodati si rivolgono per “sbarcare il lunario” o fare un’esperienza professionale in attesa di occasioni migliori. Quando riceviamo quelle chiamate invadenti dei call center non pensiamo mai che dall’altra parte c’è una persona che ha bisogno di lavorare e a cui magari quello che fa non piace e che forse è anche sottopagata.

Call center 3.0 fa luce su una parte di questo mondo con un esempio di azienda leader nel settore, che, pur perseguendo alti obiettivi in termini di performance e produttività, è molto attenta alla soddisfazione dei propri impiegati, puntando alla costruzione di un gruppo di lavoro coeso e appagato.

Non è un caso che lo spettacolo sia coprodotto proprio da una di queste aziende di punta dell’out bound. la Problem Solving, nome che è una dichiarazione di intenti e che identifica subito la “mission” dell’azienda, si presenta come una realtà professionale attenta alla soddisfazione dei propri impiegati e a creare buone relazioni tra di loro.

Mauro Atturo, C.E.O. della Problem Solving porta a teatro per la prima volta il tema del call center, cercando di metterne in evidenza l’aspetto umano: impiegati soddisfatti e sereni offrono prestazioni migliori. Filosofia che oggi, in un mondo globalizzato che ormai si muove su modelli predefiniti e standardizzati di solito provenienti dai paesi anglofoni, sembra rivoluzionaria.

E’ la sera di San Silvestro e Giovanna (Milena Miconi) è ancora a lavoro cercando di chiudere l’ultimo contratto per poter vincere il premio di produzione. Giovanna è nuova in quell’ambiente e ha tanta voglia di emergere perché quel lavoro le ha dato una possibilità di riscatto. Ad affiancarla c’è il team leader Filippo (Franco Oppini), suo tutor e pretendente. A capo del call center c’è Luisa (Karin Proia), una donna tanto determinata da mettere il proprio lavoro davanti a tutto, anche alla felicità del proprio compagno, Mario (Luca Capuano).

Ad una delle chiamate di Giovanna risponderà Giorgio (Pietro Genuardi) un uomo disperato che, mosso da ideali marxisti e roso da una profonda delusione, non riesce ad omologarsi al mondo circostante e va in tilt. Da quella telefonata scoppierà un corto circuito che porterà le vite dei personaggi ad intrecciarsi, coinvolgendo anche la donna delle pulizie rumena (Cecilia Taddei) e una guardia giurata che vorrebbe fare il cantante (Roberto D’Alessandro).

Gli elementi per una commedia brillante ci sono eppure tutti i buoni propositi vengono frustrati da un testo banale che crea personaggi e situazioni imbarazzanti.

Sebbene la commedia abbia il pregio di aprire gli occhi su un mondo del lavoro precario e distante dalla dimensione umana, sottolineando modalità di lavoro in batteria e promuovendo il valore del lavoro come mezzo per l’indipendenza e non come strumento di dipendenza (lavorare per vivere e non vivere per lavorare insomma) la rappresentazione delude sotto ogni punto di vista.

I personaggi sono macchiette e rappresentano stereotipi e luoghi comuni che tutti i giorni cerchiamo di abbattere in favore dell’integrazione in generale, in nome di una convivenza civile e di un atteggiamento di apertura verso il prossimo. Personaggi deboli, senza spessore, non sostenuti affatto né dal testo né dalla regia, troppo spesso inutilmente volgari.

Non è questione di perbenismo: la parolaccia ci può anche stare bene se arriva come battuta finale, bruciante e spiazzante o magari catartica di un percorso narrativo ed emozionale sorretto da contenuti, ma qui il personaggio della donna delle pulizie rumena è sguaiato e greve, nonostante la Taddei ci metta dentro quello che può.

Stupisce e sconcerta che Roberto D’Alessandro, calabrese e tanto attaccato alla causa del mezzogiorno tanto da scrivere e interpretare lo spettacolo Terroni legato alla questione meridionale, porti in teatro un personaggio di origini calabresi sciatto e sudicio, una caricatura inopportuna.

Franco Oppini è eccessivo e monotono in un personaggio viscido.

Karin Proia si difende e Luca Capuano, forte delle sue esperienze televisive non fa brutta figura, sebbene mantenga sempre una posizione fronte palco che è antiteatrale.

Gli unici attori che tirano su il tono della commedia sono Pietro Genuardi e Milena Miconi. La Miconi è brava, divertente, sciolta, presente e Genuardi ha personalità e impatto, ma entrambi sono ridotti nei loro ruoli, apparendo costretti e schiacciati.

Se si vuole dare un’identità particolare ai personaggi queste identità devono essere sostenute dall’inizio alla fine dal corretto linguaggio, da caratteristiche adeguate e da una direzione registica precisa. Se si vogliono utilizzare il dialetto o delle inflessioni particolari si deve essere precisi e costanti nel mantenerli conferendo un’identità al personaggio. Non si può chiedere alla Miconi di parlare “burino” specificando che si tratta di un dialetto in particolare (in questo caso l’alatrense) e poi farla parlare con tutt’altra inflessione.

Anche se il teatro è finzione, nel momento in cui dai al pubblico indicazioni specifiche su un personaggio che richiamino aspetti oggettivi e realistici, questi devono essere corretti.

Gli altri personaggi oscillano poi da inflessioni diverse all’italiano senza mantenere mai una cadenza costante.

Infine, nuoce gravemente allo spettacolo l’eccessiva durata che rende tutto così ridondante e pesante nonostante il cambio di tono tra primo e secondo atto.

Call center 3.0

Scritto e diretto da Roberto D’Alessandro

Con Franco Oppini, Milena Miconi, Luca Capuano, Karin Proia Pietro Genuardi, Roberto D’Alessandro e Cecilia Taddei

Produzione: Mauro Atturo per Problem Solving e Nicola Canonico per Good Mood

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