Recensione di Carlo Tomeo

 foto carlo

Superata la soglia d’ingresso si viene accolti in un bar-cabaret per essere  accompagnati a sedere a un tavolo, dove vi sono altri spettatori “clienti”.

Camerieri dai volti inespressivi si aggirano come se fossero in trance tra i tavoli chiedendo ai “clienti” se vogliono qualcosa da bere.

Poi ecco entrare una donna vestita con abiti maschili: è l’attrice Sabrina Faroldi che interpreta il ruolo di Kurt Tucholski, giornalista, membro del partito comunista tedesco, che chiede ai presenti, con un fare quasi estraniato, se sanno dove si trovano, in che anno vivono, sembra che lui stesso non lo sappia, o meglio lo sa ma pensa che potrebbe essere anche un luogo e un anno diverso. Esce quindi ed entra in scena un quartetto di fanciulle che intona un canto burlesque dove non ci sono dubbi sulle loro intenzioni di “farti sentire a tuo agio” grazie al loro servizio. In pochi secondi hai capito che ti trovi in un’epoca passata (o futura?).

Siamo in un bar tedesco dove si faceva cabaret e che fungeva anche da bordello. Il periodo è a cavallo tra la fine della Repubblica di Weimar e la nascita del nazismo dove accadevano cose che oggi giudicheremmo esagerate ma allora erano considerate normali, così come lo erano, contemporaneamente (e uno era lo specchio dell’altro) lo struggimento per la povertà e l’esibizionismo sfrenato di una vita completamente disinibita.  Ma siamo a Berlino nella metà degli anni trenta oppure ci troviamo in un altro secolo, quello che stiamo vivendo ora e che, quasi per magia, siamo entrati nella macchina del tempo che ci porta indietro di ottanta anni?

La musica, suonata dal vivo in sottofondo, potrebbe appartenere all’Europa degli anni trenta, ma non si possono escludere altri anni e altri luoghi.

Durante l’esibizione delle prostitute che, molto discretamente, ammiccano ai vari clienti. vari personaggi interpretano un monologo in cui esprimono il disagio della propria vita e chiedono comprensione ai presenti. Ogni tanto entra in scena Tucholski per lanciare i suoi sermoni: questa volta non è estraniato ma lucido e denuncia il malessere della società di Berlino di quegli anni, dove imperversavano l’ingiustizia e la corruzione.

Si sa che quando un paese vive una grave crisi economica, le persone che sono diventate più povere, reagiscono in modo improprio, alla ricerca di uno stordimento, quasi per inventarsi una nuova voglia di vivere che viene sempre più a mancare, proprio per scacciare via il pensiero della miseria. Si ricorre a palliativi piacevoli, la prostituzione cresce, così come aumenta il consumo di droghe e di alcool. Si crede alle promesse fatte da chi governa il paese, pur sapendo che sono promesse destinate a non essere mantenute: la debolezza porta all’illusione di un futuro migliore, si cerca rifugio nelle cose che possano dare piacere, ideali e morale arrivano a mutare il loro colore o a venire a mancare del tutto.

La Repubblica di Weimar che Marco Maria Linzi ha descritto molto bene in una dei suoi aspetti, non è altro che l’esempio di uno dei tanti momenti critici che la storia ha vissuto in tanti paesi. E le conseguenze sono conosciute. La Repubblica di Weimar la stiamo vivendo noi adesso e ciascuno di noi può immaginare, a seconda del proprio credo, quale possa esserne il seguito.

Nella commedia Tucholski è preso a simbolo per far intravvedere quale è la realtà del vivere dell’uomo comune. E questo accade maggiormente nel secondo tempo, dove lo scrittore-giornalista in un lungo monologo descrive i mali della società di oggi (dove per “oggi” Tucholski intende  Berlino degli anni 20/30) ma oggi si può intendere anche come gli anni che stiamo vivendo, dove vige una doppia moralità, a seconda se sei un uomo potente oppure un essere umano qualsiasi. È questo il momento più pregnante di tutta l’opera, dove si è messi di fronte a realtà già conosciute e il pubblico si ritrova ora nei panni di quei personaggi che nel primo tempo hanno espresso i loro disagi e i loro dolori.

Si capisce a questo punto perché la commedia ha una durata piuttosto insolita per quello che si vede in giro in questo periodo: Per esprimere degnamente il concetto che sta alla base di “Cafè Berlin” e farlo assimilare interamente c’è bisogno proprio di 180 minuti, non di meno. Se qualcuno suggerisce di sfrondare qualcosa o tagliare qualche pezzo sbaglia: oggi vediamo spettacoli con temi similari che durano al massimo un’ora e mezza. Il pubblico rimane soddisfatto, esce dal teatro con la coscienza tranquilla di chi ha recepito un problema e tanto basta per sentirsi con la coscienza a posto. Chi esce “affaticato” dopo aver assistito a tre ore di uno spettacolo impegnativo ci pensa di più, arricchisce il suo bagaglio cognitivo e il problema “entra” più attivamente nella mente e vi rimane più a lungo.

Tucholski si chiede a un certo punto “che fare delle persone che non hanno posto nel mondo” E questo è una domanda che dovremmo farci noi oggi. La commedia  è stata recitata da un gruppo di 14 attori di una bravura non comune. Hanno tutti lo stesso merito e da qui si comprende come il regista Marco Maria Linzi abbia avuto una mano più che felice nell’assemblare la compagnia e dirigerla al meglio. Tra tutti gli attori qualcuno si è distinto, ma più che altro perché ha recitato in un ruolo che gli ha permesso di mettere più a fuoco e in tempi più lunghi le proprie qualità artistiche.

I meriti maggiori vanno a Micaela Brignone, nella parte della capo-maitresse, a Stefania Apuzzo che ha sostenuto il ruolo della donna infelice che crede nella superiorità dell’uomo sulla donna e che alla fine confessa di aver ucciso la figlia. Inoltre non è possibile disconoscere l’abilità retorica di Stefano Tornese e quella di Fabio Brusadin, dimostratosi ottimo caratterista. Ma soprattutto non si può assolutamente fare a meno di citare le enormi capacità istrioniche di Sabrina Faroldi nella parte di Tucholski.

Marco Maria Linzi e Massimo Airoldi  hanno composto la musica più efficace che si potesse pensare per il modo in cui è stata condotta la sceneggiatura dell’opera. Non sono caduti infatti nella trappola di proporre canzoni del cabaret tedesco di quegli anni che avrebbero dato una connotazione troppo precisa al luogo e all’epoca anche se entrambi sono citati fin dal titolo, perché la cosa avrebbe vanificato il primo intervento sulla scena di Tucholski, nel punto in cui chiede agli “avventori” del bar “ma voi sapete in che anno siamo?”, “Dove siamo e in quale secolo?” e a un tavolo una spettatrice ha risposto “2020”.  In questo modo non è caduto il riferimento all’epoca attuale.

Sono state fatte due piccole concessioni: nel secondo tempo Micaela Brignone ha cantato un breve brano in lingua tedesca e nel primo tempo il coro delle prostitute ha intonato Youkali, che è una canzone di speranza scritta da Kurt Weill nel periodo di esilio all’estero e quindi fuori contesto. Però l’ultima frase volgeva al negativo e questo non elargiva grandi speranze di miglioramento di stato per tutti gli infelici di oggi e quindi si manteneva in linea con il tema.

Per quanto riguarda il tanto temuto e vituperato coinvolgimento con il pubblico, devo riconoscere che esso è stato discretissimo, nonostante ci trovassimo in un finto bordello. Quindi se c’è qualcuno che abbia qualche timore vada tranquillamente a godersi lo spettacolo e non si spaventi della durata di 3 ore perché passano in fretta!

 

Cafè Berlin

di Marco Maria Linzi

ispirato al fallimento di Kurt Tucholski

regia  Marco Maria Linzi

con Massimo Airoldi, Stefania Apuzzo, Micaela Brignone, Fabio Brusadin,  Sabrina Faroldi, Stefano Slocovich, Stefano Tornese,  Eugenio Vaccaro, Giacomo Valentini, Nazaré Xavier, Silvia Camellini, Silvia Romito, Jacopo Ferrari Trecate, Giorgia Zaffanelli

musica composta da Massimo Airoldi e Marco Maria Linzi

Produzione : Teatro dell’Elfo

 

Prima nazionale

In scena al Teatro della Contraddizione di Milano dal 18 al 21 aprile e dal 26 aprile al 7 maggio.

Si ringrazia Stefania Barina dell’ufficio stampa del Teatro