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Presentato in anteprima come spettacolo inaugurale del Todi Festival 2015 è approdato finalmente a Roma Cabaret, Musical della Compagnia della Rancia con protagonisti Giampiero Ingrassia e Giulia Ottonello.

Questa di Cabaret è un’edizione coraggiosa che va lodata per l’intento e per la professionalità del cast.

Cabaret è uno spettacolo scomodo, difficile, che riporta ad un passato recente a cui nessuno vuole più pensare; butta in faccia la realtà di questo passato ricordando la sua ancora forte attualità e costringendo a fare i conti con essa.

Nella Berlino dei primi anni Trenta, prima dell’ascesa del III Reich, il giovane romanziere americano Cliff è a Berlino in cerca di ispirazione: nel trasgressivo Kit Kat Klub, incontra Sally Bowles e tra i due inizia una relazione tempestosa. Sullo sfondo dell’avvento del nazismo, si intrecciano le storie di altri personaggi (Fräulein Schneider, Herr Schultz, Fräulein Kost). Neanche l’ambiguo e stravagante Maestro di Cerimonie del Kit Kat Klub riuscirà a far dimenticare al pubblico che sulla Germania, e sulle loro vite, sta per abbattersi la furia hitleriana.

Diverso dal film del 1972 che consacrò Liza Minnelli come una star e icona del film musicale, con numerosi tagli della storia e un adattamento più circoscritto ai pochi protagonisti, Cabaret è un bel Musical, con momenti davvero intensi.

Giampiero Ingrassia è un talento fuori misura, interpretando un Maestro di Cerimonie fantastico, sempre pronto a divertire e distrarre il pubblico del Kit Kat Klub; il bel costume di scena e il trucco alla Joker aiutano a costruire un personaggio ambiguo e ricco di sfumature. Come nella migliore delle tradizioni, la maschera (in questo caso di trucco) nasconde e crea distacco tra l’uomo e lo spettatore, lasciando solo il personaggio: Giampiero diventa così non solo il Maestro di cerimonie, ma anche l’intrattenitore e, soprattutto il narratore, l’affabulatore che cerca di distrarre dal pensiero del tragico avvento del nazismo. Fantastico nei suoi brani da solista.

Giulia Ottonello è una Sally Bowles sublime; Giulia non tenta nemmeno di avvicinarsi al mito di Liza, ma interpreta il suo personaggio in maniera personale, caratterizzandolo con il suo intelligente ed ironico spirito caricaturale, diventando così la leggera, frivola, sempre insoddisfatta stelletta del Cabaret.

Giusto, equilibrato Mauro Simone nei panni del modesto e affettivamente inesperto Cliff, meno incisivo nella sua presa di coscienza e acquisizione di consapevolezza.

Sottotono i personaggi di Fraulein Schneider/Altea Russo e Herr Schultz/Michele Renzullo: un po’deboli all’inizio, si riprendono nella parte drammatica non raggiungendo, però, il climax che mi sarei aspettato.

Conferma il suo talento Valentina Gullace nei panni della procace e sexy Fraulein Kost, simpatica e irriverente, sempre calata nella parte.

Bravo Alessandro Di Giulio col suo Ernst Ludwig, misterioso, austero, pericoloso.

Buona prova anche per l’ensemble composto da Ilaria Suss, Nadia Scherani, Marta Belloni, Andrea Verzicco e Gianluca Pilla.

 

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I momenti musicali di particolare bellezza e resa sono, oltre ai brani da solista di Giampiero, il pezzo, ironico e civettuolo con cui Giulia/Sally Bowles fa il suo ingresso, “Non dirlo a mamma”; il brano, intenso, “Questa volta”; il drammatico svelamento/compromesso di Fraulein Kost/Valentina Gullace con “Il domani appartiene a me”; “Money money money” in una coreografia dal sapore felliniano.

Particolare la malinconica interpretazione di “Cabaret”, una sorta di caricatura, di forzatura di ciò che la vita è o dovrebbe essere,  in bilico tra la realtà e il suo riflesso.

Bellissima l’impostazione di fondo di restituire la drammaticità e la veridicità di quel pezzo orribile di Storia, quel voler rimproverare chi si lamenta in continuazione senza, però, affrontare mai la realtà, una realtà buttata in faccia così, nuda e cruda, dove al motto di “vivi e lascia vivere” fa da contrappeso la convinzione (spesso errata) di non avere altra scelta.

La storia e lo spettacolo si risolvono nel secondo atto, breve, carico di un simbolismo forte e pungente, grazie anche ad una scenografia molto efficace (la stessa scenografia, che, però, nel primo atto risulta, a lungo andare, un po’ pesante, nonostante delle idee brillanti: quel telo che sale e scende in continuazione, dopo un’ora, diventa fastidioso).

Si risolve, dicevo, con forza e drammaticità caricandosi di un simbolismo che rende una immediatezza tragica di grande impatto, ma questa risoluzione non è sufficientemente preparata dalle scene del primo atto: l’atmosfera, l’ambiente non sono caricati a sufficienza per creare il giusto, spiazzante contrasto con ciò che avverrà nel secondo atto.

Se si vuole dare effetto alla violenza e all’irrazionalità che il nazismo hanno imposto al mondo e alla sua brutalità, è necessario prima rappresentare ciò che era, è necessario offrire il Varietà, con le sue luci e le sue illusioni, il Cabaret e il Cabaret non è solo sesso e sensualità, ma è un simbolo, il simbolo di una società che non riusciva a vedere o non voleva vedere che la realtà cambiava.

Fermi restando la bravura e il valore di tutti quanti gli attori in scena, non mi trovo in accordo con lo stile scelto, col taglio dato.

Temo, però, che uno spettacolo come questo sia sottoposto a direttive che vengono prima della mano del regista Saverio Marconi e che un po’la legano, non consentendo una piena autonomia di azione.

La traduzione di Michele Renzullo ha offerto un ottimo servizio alle musiche di John Kander e alle liriche di Fred Berr.

Pazzesco il disegno luci di Valerio Tiberi.

Uno spettacolo difficile, dicevo, perché portatore di un messaggio forte e narrante una storia dura e crudele; uno spettacolo a cui il pubblico italiano non è abituato: difendo la scelta di portarlo in scena; difendo il prodotto e l’alta qualità del cast e sono sicuro che le prossime repliche consentiranno una maggiore scioltezza narrativa.

Nonostante la considerazione sulla scelta rischiosa di riportare in scena Cabaret, è stato molto bello constatare, che gli applausi arrivavano dritti e forti non solo dagli amici addetti ai lavori, ma dal pubblico pagante: credo che questa sia la soddisfazione maggiore.

 

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