© Ilaria Costanzo altra foto ArleChino 3

Recensione di Carlo Tomeo

foto carlo

Shi Yang Shi è l’unico protagonista di questo spettacolo il cui titolo si richiama alla commedia di Carlo Goldoni, anche se ne è totalmente lontano. Tutt’al più l’Arlecchino (anzi ArleChino) cinese del titolo ha in comune con la nostra classica maschera la capacità di sopravvivere e di avere la meglio sulle angherie dei padroni e sui momenti più cruciali della sua vita, la forza di volontà e la furbizia di cavarsela sempre nelle situazioni più difficili che si trova a dover affrontare.

Lo spettacolo è in realtà un lungo monologo che il protagonista si esibisce  su una scena povera di oggetti  e vestito con una tuta multicolore e lo fa in maniera divertente e divertita, chiedendo anche la partecipazione del pubblico.

Racconta di se stesso, Yang, nato nel nord della Cina nel 1979 e fuggito in Italia con sua madre quando aveva appena 11 anni. Nel nostro paese ha fatto, insieme a sua madre, tutta una serie di umili mestieri fingendosi sedicenne per non far incappare il padrone occasionale nella denuncia per sfruttamento di lavoro minorile. Ha fatto il lavapiatti, il venditore ambulante di unguenti cinesi sulle spiagge riminesi, lavorando oltre le canoniche 12 ore e naturalmente in nero e sottopagato. Ha iniziato la scuola italiana e, il primo anno è stato bocciato perché conosceva solo poche essenziali parole italiane e guadagnandosi anche un metaforico paio di orecchie da somaro. Certamente la demoralizzazione non può non avvenire in questi casi, ma quando si possiede l’intelligenza di usare la propria caparbietà a suo favore e farla diventare oggetto utile per fornirgli la giusta inventiva atta a non cercare solo di sopravvivere ma anche di migliorare la propria condizione, è possibile fare passi da gigante.

E Yang li ha fatti tutti fino ad arrivare all’Università Bocconi per poi lasciarla a quattro anni dalla laurea perché attratto dall‘Accademia Paolo Grassi che avrebbe potuto fare di lui un attore, con grande dispiacere dei genitori. Purtroppo non era riuscito ad arrivare al secondo anno, ma non per questo si era dato perdente, tanto è vero che ora lo vediamo recitare come un attore navigato, capace di impersonare più parti, solo modulando appropriatamente la voce e usando un semplice capo di abbigliamento.

Yang racconta la vita dei suoi antenati mentre parla con il pubblico, a volte ne assume le sembianze, creando ilarità nelle scene più grottesche e sgomento in quelle più drammatiche. E narra anche dei suoi parenti ancora viventi, tra cui il padre, e che si trovano ancora in Cina.

Quasi attaccati al fondale del palcoscenico tre striscioni verticali proiettano foto e filmati d’epoca e inerenti al racconto di Yang . Il suo problema principale sembra essere riassunto nella domanda che si pone: “sono cinese o italiano?” Conosce a brandelli la storia del suo paese nativo e apprende la storia dell’Italia che si studia nelle scuole, conoscendo, però, la realtà attuale del paese che sembrava semplicemente ospitarlo clandestinamente e che ora è diventato anche suo, nel bene e nel male. La sua anima, il suo “sentire” è un connubio tra la civiltà cinese e il modus vivendi italiano.

Apprendiamo, attraverso il racconto dei suoi antenati, che lui impersona di volta in volta, la storia di un secolo del suo paese d’origine: la rivoluzione cinese che iniziò nel 1911 e della quale racconta una sua trisavola (che lui impersona con un semplice copricapo e uno scialle femminile), lo staccarsi di alcuni territori che acquistarono una loro autonomia, l’invasione giapponese, la nascita del Partito Comunista che diede vita alla guerra civile tra i nazionalisti e i comunisti, l’invasione giapponese che ebbe termine solo con la fine della seconda guerra mondiale fino alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese che instaurò un sistema socialista.

Inizialmente lo spettacolo era diviso in tre parti. Questa volta è stato rappresentato in un lungo atto unico, grande prova di resistenza fisica e intellettuale dell’attore Shi Yang Shi che non ha avuto neanche un momento di stanchezza, tutto solo sulla scena o mentre scendeva in platea a interloquire scherzosamente con qualche spettatore. E siccome il pubblico era costituito per buona parte da cinesi, Shi Yang Shi ha recitato nelle due lingue. Traducendo in cinese quello che aveva appena detto in italiano e viceversa, quando iniziava il suo discorso in cinese.

Quella che era la terza parte della rappresentazione originale, e che qui ha costituito il momento più importante del pre-finale, quando ha ricordato la tragedia che avvenne a Prato nel 1° dicembre 2013 dove sette operai cinesi morirono bruciati mentre dormivano nella fabbrica di “Pronto moda” dove di giorno lavoravano e che non era mai stata messa a norma. Non a caso lo spettacolo è stato rappresentato il 1° dicembre, esattamente quattro anni dopo il triste avvenimento, per onorare le vittime del rogo.

In questa scena Yang sostiene il ruolo dell’interprete tra il capo cinese della fabbrica e le autorità italiane che accusano i cinesi di lavorare di nascosto e di fabbricare abiti firmati falsi in luoghi non idonei e sottopagando gli operai, senza versare tasse. Un momento questo di alta prova teatrale, dove Yang interpreta contemporaneamente i due litiganti (l’italiano e il cinese) facendo da interprete per entrambi nelle due lingue. E non si limita a farlo con le sole parole, ma impersonando i tre personaggi usando con il corpo e con il viso, oltre che con le tonalità diverse delle voci, tre mimiche adeguate alla discussione accesa che avviene tra le due parti. E non mancano, da parte del padrone cinese, le critiche sull’andamento politico e sociale dell’Italia, dove si pretendono tasse elevate dai lavoratori dipendenti, sempre più impoveriti e dove non si vuole lavorare oltre le otto ore, né si vogliono sacrificare privilegi spacciandoli per diritti acquisiti, mentre ancora tante sono le fabbriche italiane provviste di amianto e mai messe a norma.

C’è triste realtà nel racconto di quest’uomo che si sente italiano, pur essendo nato in Cina, un paese la cui civiltà atavica lui non ha dimenticato grazie ai racconti dei suoi antenati. E c’è la dimostrazione della voglia di vivere e di migliorare la società. Molto tenero è il racconto che lui fa dell’usanza cinese che, quando si rompe un oggetto (a esempio un vaso, un piatto) non lo si butta via perché il punto di rottura che ha diviso in due parti l’oggetto rappresenta la storia dello stesso e le due parti vengono re-incollate non usando colla ma oro, perché rimanga nella memoria quello che l’oggetto ha rappresentato, per umile che potesse essere stato il suo uso.

C’è un libro alla base di questo spettacolo che si chiama “Cuore di seta” edizione Mondadori, scritto da Shi Yang Shi, il quale in un’intervista ha dichiarato che aveva una lista di titoli ma non sapeva scegliere. Così, in un treno regionale che lo portava a Milano un giorno, incontrò un gruppo di ragazzi e ragazze e chiese loro di scegliere il titolo tra quelli che lui proponeva loro e tutti scelsero quello che divenne poi il definitivo. Secondo lo scrittore la seta vuole essere un richiamo alla bellezza antica che essa porta con sé e che è contenuta nel DNA di tutti i sino-italiani.

Ora Shi Yang Shi è tra i più ricercati interpreti cinesi sia per la lingua italiana che per quella inglese ed è chiamato da personaggi potenti che ne hanno conosciuto la versatilità e la cultura.

Parlare ancora dello spettacolo è impresa piacevole ma lunga e soprattutto difficile la descrizione della sua bellezza in tutte le sue sfaccettature. Posso solo dire che è uno spettacolo che dovrebbe essere ripreso più volte.

Che dire poi di Shi Yang Shi come attore? Che anni fa la “Paolo Grassi” prese un abbaglio nel non promuoverlo al secondo anno? Forse Yang non aveva ancora raggiunto il grado di maturità attuale. L’importante è che voglia continuare a scrivere e a fare l’attore: le sue capacità l’ hanno dimostrata i lunghi applausi e l’entusiasmo degli italiani e cinesi presenti alla prima e tanto basta.

Una particolare menzione va fatta alla regista Cristina Pezzoli e al suo assistente Andrea Lisco per aver assecondato l’innata bravura dell’attore e averlo saputo guidare per la riuscita migliore dello spettacolo.

 

ArleChino: traduttore e traditore di due padroni

di Cristina Pezzoli e Shi Yang Shi

con  Shi Yang Shi

regia   Cristina Pezzoli

assistente alla regia Luca Orsini

scene e costumi Rosanna Monti

foto di scena  Ilaria Costanzo

clown coach Rosa Masciopinto

riallestimento messa in scena Andrea Lisco

assistente al riallestimento scenico  Ludovico D’Agostino

assistente comunicazione cinese  Serena Lin

organizzazione Sara Novarese

produzione Compost in collaborazione con C.M.C. / Nido di ragno

 

Si ringrazia la Sig.ra Maurizia Leonelli  dell’ufficio stampa

in scena al Teatro Verdi di Milano dall’1 al 3 dicembre.

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