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Foto di Pino Le Pera

A Clockwork Orange/Un’arancia a orologeria è il romanzo che Anthony Burgess scrisse nel 1962 e che fu reso celebre dal grandioso film di Stanley KubrickArancia Meccanica, del 1971.

La messinscena di Gabriele Russo prende le mosse, però, dall’adattamento drammaturgico che lo stesso Burgees fece del proprio romanzo rendendolo un testo teatrale scritto per la Royal Shakespeare Company e che fu pubblicato alla fine degli anni ’90 col titolo A Clockwork Orange: A Play with Music.

Quello che molti, infatti, non sanno è che A Clockwork Orange: A Play with Music fu concepito come un’opera musicale se non come un vero e proprio musical.

Che si voglia fare riferimento al romanzo del 1962 o al testo teatrale degli anni ’90, resta fermo il fatto che Burgees, colpito direttamente da un “crudele e inconsulto atto di violenza” ai danni di sua moglie, preconizzò una società sempre più orientata al controllo delle coscienze e all’indottrinamento verso un “pensiero unico”, ponendo alla base del suo romanzo una questione etica fondamentale molto complessa: la libertà di scelta tra il bene e il male (con una serie di corollari che non possiamo approfondire in questa sede).

Questa premessa serve, oltre che a presentare il concetto fondante primario del romanzo del ’62, a prendere le distanze dal film di Kubrick.

Quello che lo spettatore qui deve fare è evitare paragoni con il film, trattenendo di esso solo il messaggio, il senso psicologico ed etico.

Questo Arancia Meccanica rinnova con grande forza il dilemma etico sul libero arbitrio e se sia più giusto essere liberi di fare il male o essere costretti a fare il bene.

Lo spettacolo, pur essendo un atto unico, si divide in due parti: la prima in cui si raccontano le truci violenze di Alex, Dim e Georgie, i Drughi, la seconda nella quale si affronta la terapia riabilitativa di Alex.

Riviviamo così gli atti efferati e brutali di questo piccolo clan i cui membri comunicano con un gergo tutto loro, il Nadsat, appositamente creato da Burgess derivato dall’inglese con contaminazioni russe. Un linguaggio che per quanto strano è riconoscibile, non taglia fuori lo spettatore: grazie alla sua ripetitività e alle azioni che lo accompagnano è ben decifrabile.

Quello che colpisce immediatamente è la grande capacità degli attori di riprodurre la violenza attraverso azioni e movimenti non veementi, di essere crudeli e brutali senza agire praticamente, ma raffigurando. A tal proposito sicuramente una delle scene più belle è proprio quella in cui i tre Drughi irrompono in casa di una coppia pestando il marito e violentando la moglie in una successione di movimenti al rallentatore. Attraverso lo slow motion viene sottolineata non tanto la violenza in sé, quanto l’intenzione, la volontà, la scelta di far del male e il godimento che se ne trae.

Arancia Meccanica è una prova attoriale difficile e fisicamente impegnativa: l’attore non è chiamato solo a recitare, ma a plasmare la propria fisicità in funzione della rappresentazione. Muoversi per immagini non dà lo stesso risultato immediato come muoversi per azioni, e recitare in Nadsat è come recitare in una lingua straniera.

Per cui sono bravissimi questi tre attori, Daniele Russo (Alex), Sebastiano Gavasso (Dim) e Alessio Piazza (Georgie) a creare immagini con la propria interpretazione vocale e fisica: una recitazione contenuta e trattenuta, che deve raffigurare più che agire realmente, ma carica di intenzione.

Non nascondo, però, che in alcune scene avrei preferito più azione e meno figurazione.

Inoltre, se una pecca vogliamo trovare a questi grandi interpreti, è forse quella, nel tempo, di aver avvicinato tra loro un po’ troppo i tre personaggi, ponendoli quasi su uno stesso piano, quando invece Dim e Georgie sono più deboli e sottomessi ad Alex.

Intorno ai tre violenti Drughi si muovono altri personaggi interpretati da Alfredo Angelici (il barbone, il dott Brodsky e il padre di Alex), Martina Galletta (Moglie di Alexander, Adolf, Joe), Paola Sambo (Deltoid, ministro, madre di Alex) e Bruno Tramice (Alexander, anziana signora, cappellano).

Bellissima prova per Paola Sambo, soprattutto nei panni del Ministro degli Interni, personaggio surreale e grottesco che Paola riesce a caratterizzare con pochi gesti precisi ed espressività particolare.

Grande prova di versatilità anche per Martina Galletta.

Mi hanno convinto meno Bruno Tramice Alfredo Angelici: l’uno, al quale è affidato il compito di interrogare le coscienze relativamente al dramma etico non è riuscito a trasmetterne l’urgenza; dell’altro non ho apprezzato il modo in cui introduce alla seconda parte, nei panni del dott. Brodsky, incaricato del trattamento per la rieducazione di Alex. Il suo modo da subito caricaturale e grottesco crea una cesura troppo netta tra prima e seconda parte, già notevolmente diverse a livello di toni.

Nel complesso Arancia Meccanica, pur non essendo il mio genere di spettacolo, colpisce nel segno e non lascia indifferenti.

L’allestimento, coraggioso, di Gabriele Russo resta fedele all’intenzione originaria di porre domande e scuotere le coscienze e lo fa attraverso un racconto iconografico e sensoriale dove fondamentali e strutturali sono le immagini e i suoni.

Arancia Meccanica (questo Arancia Meccanica) è uno spettacolo che coinvolge i sensi: uno spettacolo che va osservato mentre lo si guarda e ascoltato mentre lo si sente. Richiede allo spettatore la disponibilità ad essere condotto attraverso una storia fatta di suoni e immagini.

A supporto e completamento dell’azione sono le fantastiche scenografie di Roberto Crea. Visivamente Arancia Meccanica utilizza soluzioni interessantissime e suggestive. Nel complesso il palco resta sempre abbastanza sgombro: le singole scenografie entrano ed ed escono dai lati o dal fondo oppure scendono dall’alto e vi ritornano.

Altro elemento fondante e strutturale dello spettacolo sono le musiche: Arancia Meccanica è un concerto di Beethoven riletto dalla genialità compositiva di Marco Castoldi, in arte Morgan, che ne prende la musica e magistralmente la riadatta e la plasma anche in chiave elettronica, sempre rispettando la partitura, ma esasperando la sensazione di delirio.

A ragione, quindi, parlo di uno spettacolo sensoriale, perché scenografia e musica sono parte integrante della narrazione costituendone l’estetica globale nell’interazione con gli attori. Proseguendo su questa via completo il quadro menzionando altri due aspetti fondamentali e costitutivi che sono lo splendido uso delle luci di Salvatore Palladino e i bellissimi costumi di Chiara Aversano.

La regia di Gabriele Russo è precisa e mirata; procede dritta in una direzione anche se a volte sembra smarririsi.

La struttura narrativa e drammaturgica procede da Alex presentandoci il suo punto di vista, le proiezioni della sua mente. Sarà lui, alla fine della dolorosa rieducazione, al cui confronto il carcere era visto come un premio, a scuotere le coscienze chiedendo: “Ed io? Quando vi occuperete di me? Cosa sono? Un’arancia meccanica?” innescando un’altra questione, stavolta, sociale, quella di dover fare i conti con le volontà sempre diverse di un Governo che sarà sempre lo stesso e che potrà ogni volta cambiare faccia come meglio crede senza occuparsi mai realmente dei cittadini, ma solo di se stesso.

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Foto di Pino Le Pera

Arancia Meccanica

di Anthony Burgess

regia di Gabriele Russo

aiuto regia Eugenio Dura, Carmen Pommella

Con Daniele Russo nel ruolo di Alex

Sebastiano Gavasso (Dim)

Alessio Piazza (Georgie)

Alfredo Angelici (Barbone, Dott Brodsky, padre Alex)

Martina Galletta (Moglie Alexander, Adolf, Joe)

Paola Sambo (Deltoid, ministro, madre Alex)

Bruno Tramice (Alexander, anziana signora, cappellano)

di Anthony Burgess

Scene/installazioni di Roberto Crea

Musiche originali di Morgan

costumi Chiara Aversano

luci Salvatore Palladino

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