amazzonia

Amazzonia è il nuovo spettacolo della Blue In The Face scritto e diretto da Enrico Maria Falconi, uno spettacolo originale, non solo nella sua scrittura, ma anche per tema e svolgimento.

Amazzonia è un manifesto ecologista, un monito all’umanità di tornare ad un vivere rispettoso della natura e del mondo che abitiamo.

Nasce dal desiderio di raccontare l’Amazzonia, polmone del mondo, solo apparentemente così lontano e dal riscoprire gli intimi legami, anche invisibili, ma vitali, che collegano tutti gli esseri umani tra loro e con l’habitat di cui sono ospiti.

Amazzonia è una storia contemporanea che affonda la sua origine nella mitologia brasiliana che celebra il rapporto intimo tra uomo e natura, fino ad acquisire poi un significato universale.

L’Amazzonia è un luogo con coordinate precise, ma è anche un concetto, un’idea, un valore che va difeso, una ricchezza che va preservata.

Lo spettacolo comincia già nel momento in cui si entra in sala, con l’abbattimento della quarta parete. Mentre gli spettatori prendono posto, gli indios si aggirano per la sala incuriositi dagli uomini occidentali, così diversi nell’aspetto da loro. Timorosi, ne scrutano i lineamenti, li annusano, li toccano, giocano con oggetti che vedono per la prima volta (anelli, bracciali che riflettono la luce, e accessori vari) e in questo modo scoprono e conoscono un mondo.

Rientrati nel loro territorio ci presentano il proprio modo di vivere e di concepire la vita in stretta connessione con la natura. Raccontano la favola dei bambini che salivano al cielo e divennero stelle e quella di Naia che, innamorata della Luna, annegò per seguirne il riflesso nel fiume e fu da essa trasformata in un bellissimo fiore acquatico che la notte apre i suoi petali per riceverne la luce. Racconti che attestano la stretta interconnessione di questo popolo con la natura e che sono la base della sua cultura.

Improvvisamente l’uomo occidentale fa irruzione nelle loro vite, sconvolgendole: l’incontro tra civiltà diverse diventa uno scontro in cui gli indigeni, che non avevano motivo di aver timore dello straniero, vengono sopraffatti.

Amazzonia, però, non è una storia di conquista e colonialismo, ma molto di più. E’ una denuncia degli effetti nefasti dell’omologazione e della globalizzazione per i quali ognuno deve essere e ragionare nello stesso modo, in virtù di una millantata superiorità.

Ecco allora che gli occidentali cominciano un processo di omologazione degli indigeni, di “conversione” agli usi europei. Ne consegue un addomesticamento della coscienza, un annullamento dell’identità del singolo e della comunità.

E’ qui che si inserisce uno dei momenti più alti dello spettacolo, interpretato con grande passione e trasporto da Marina Billwiller, con il riferimento all’Enciclica di Papa Francesco Laudato Sì, attraverso un grido di disperazione che è anche una preghiera: il nome del Signore e il suo creato vengono rinnegati e disprezzati ogni volta che l’uomo non rispetta la vita, non tutelando e rispettando l’ambiente in cui vive, ma c’è ancora una speranza che risiede in chi opera e si dà da fare affinché non ci si scordi che il mondo che abitiamo è una ricchezza che deve essere custodita.

Nonostante un intorpidimento generale delle coscienze, in cui l’uomo sembra essersi scordato da dove arriva, non tutte le anime sono quiescenti. Si passa così, lentamente, dall’Amazzonia, periferia del mondo, a Napoli, periferia d’Italia, presa ad esempio forse proprio per la sua bellezza e ricchezza così tanto offesa da una massa di politicanti corrotti e disinteressati al bene pubblico che si riempiono la bocca di parole vuote e insignificanti.

C’è ancora una speranza: l’uomo può risvegliarsi dal suo torpore indotto da chi lo vuole addomesticare, può rialzarsi e ricominciare a combattere per se stesso e per il recupero del senso della propria umanità.

A quel punto tutte le civiltà potranno vivere insieme in armonia, mantenendo le proprie peculiarità, ma unite da un unico scopo: preservare il mondo in cui vivono, per preservare la vita.

Lo spettacolo racconta tutto questo attraverso un approccio sperimentale, un punto di vista altro che coglie nel segno. Le scene evolvono l’una nell’altra con continuità, portando ogni volta ad un livello superiore di discorso.

Amazzonia vive dei testi densi di significato di Enrico Maria Falconi e di un uso allegorico di gesti e simboli. Il grande albero al centro della foresta degli Indios, attorno al quale ruotava tutta la loro vita e abbattuto dagli europei, è un totem, e ad esso si torna alla fine dello spettacolo per ricordare che si deve si deve tornare alle radici, si deve tornare alla natura.

I respiri sono un altro segno ricco di simbolismo: i respiri degli uomini sono il respiro del mondo, sono la vita e devono essere in sintonia tra loro e col respiro della natura.

Si deve tornare alla natura regolando la nostra vita sui suoi ritmi e nel rispetto delle sue regole smettendo di cambiarne continuamente il corso, perché, in fondo, l’Amazzonia è dentro di noi e noi siamo Amazzonia.

In scena una compagnia di attori che si sono messi in gioco completamente, donando allo spettacolo non solo la loro interpretazione, ma anche la loro fisicità.

Amazzonia, infatti, è uno spettacolo che vive dei movimenti e degli sguardi (intensi, stupiti, innamorati, felici e disperati) di questi attori.

Un’ultima nota va fatta per i bei costumi di Simone Luciani (qui nelle vesti anche di attore e aiuto regia) sempre così particolari e frutto di una grande capacità di trasformare l’immaginazione in realtà.

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Amazzonia

produzione: Blue In The Face
scritto e diretto da Enrico Maria Falconi
aiuto regia Simone Luciani
assistente alla Regia: Diletta Bonè Acanfora
nel ruolo degli Indios:Andrea Polidori, Federica Falzetti, Filomena Pisani, Marina Billwiller, Matilda Terzino, Monia Cappello, Nico Lipparelli, Simona Riccia De Leo e Sara Giglio.
nel ruolo degli Europei: Alessandro Onorati, Asia Retico, Claudia Crostella, Diletta Bonè Acanfora, Ettore Falzetti, Patrizio De Paolis, Rachele Giannini, Riccardo Benedetti, Simona Falconi, Simone Luciani eVirginia Serafini.

e con

Enrico Maria Falconi

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