aiace

Sycamore T Company ha presentato ieri al Teatro Lo Spazio di Roma Aiace di Ghiannis Ritsos, tradotto da Nicola Crocetti, interpretato da Viola Graziosi, con la regia di Graziano Piazza e la scenografia musicale di Arturo Annecchino.

Per capire l’Aiace di Ritsos è necessario conoscere le condizioni in cui esso è nato. Come ha tenuto a precisare a inizio spettacolo il regista, Graziano Piazza, facendosi portavoce anche di Nicola Crocetti, traduttore del testo, si deve considerare che Ritsos scrisse molti poemetti, ognuno preceduto da una piccola introduzione, vivendo rinchiuso in una sorta di campo di concentramento. Tutta la sua vita, infatti, e di conseguenza la sua poetica, furono animate da un’adesione totale agli ideali marxisti. Per questo motivo la sua poesia è stata spesso vietata in Grecia  durante le fasi del regime autoritario.

L’Aiace di Ritsos è stato scritto tra il 1967 e il 1969 ed è una rilettura della tragedia di Sofocle attraverso la quale il poeta, tra i più grandi del ‘900, muove un’aspra critica della contemporaneità umana e politica del suo Paese.

A causa del controllo a cui era soggetto da parte del regime, l’unica via franca che egli poté trovare fu quella di parlare del mito, perché esso non era soggetto alla censura, lanciando così un messaggio cifrato di totale adesione alla libertà dell’uomo.

Aiace di Ritsos è il poema dell’impotenza e dell’assenza.

L’impotenza a cui lo stesso eroe greco viene costretto dall’inganno di Atena, che gli fa credere di combattere ferocemente contro gli Achei per poi accorgersi di aver fatto strage di bestiame. Per estensione, l’impotenza che viene imposta dall’alto, l’impotenza dell’uomo nei confronti di ciò che è più grande.

L’assenza è quella dell’uomo, l’assenza dell’umanità, della libertà e della individualità dell’essere umano.

Piazza e Crocetti affrontando il testo si sono chiesti come poter essere testimoni di Aiace. Lo stesso  autore, nella sua introduzione, parla di una donna che lo guarda, muta e immobile. Con Viola Graziosi hanno provato a pensare a chi potesse essere questa donna e hanno deciso di capovolgere le parti per esplorare il lato femminile dell’eroe, la sua sensibilità, quel non detto che resta appeso come se fosse già accaduto, già visto.

La donna è moglie, madre, amante che vive e patisce l’assenza dell’uomo e l’impotenza nell’impossibilità di salvarlo perché è lui stesso a non riconoscerle questa possibilità. Allora, la donna, nel rievocare le parole di Aiace, diventa testimone dell’assenza: perché l’uomo si capisce solo nell’assenza e il mito è l’assenza dell’uomo. Assenza e impotenza, dunque, ancora.

Il testo è pregno, evocativo, denso di elementi narrativi forti e l’interpretazione di Viola Graziosi, asciutta, secca è una seconda chiave di lettura che muove attraverso il corpo. Fondamentale è il continuo contatto visivo col pubblico e in quei rari momenti in cui esso manca, la tensione cala.

Predominante è l’aspetto psicologico che Viola riesce a rappresentare con grande efficacia e intensità: il tormento interiore dell’eroe che si riscopre uomo, ma che nella consapevolezza dell’inganno e della manipolazione subita perde anche la propria umanità, perché essa stessa non gli viene riconosciuta da alcuno: “nessuno mi perdona di avere anche io dei momenti di stanchezza, nessuno mi perdona di essere malato(…); nessuno ha mia chiesto una parte dei miei tormenti (…); solo ammirazione interessata (…); i nemici si fanno beffe di me”.

Un’altra parola chiave di questo testo è consapevolezza. Aiace non è matto perché fuori di testa, ma i suoi deliri sono frutto della consapevolezza dell’impotenza e dell’assenza. L’eroe non c’è più, gli dei non ci sono più. Resta l’uomo, ma l’uomo si è perso e da qui, forse, ricomincia, in altro modo, per altre vie: “a me basta quel che ho trovato nel perdere ogni cosa”.

E’ un dramma interiore che muove lentamente dalla disperazione alla soluzione finale. Anche le immagini più volte evocate e suggerite dal testo quando Aiace parla per bocca della donna (“Ogni cosa si tacque (…) Chiudi le porte, chiudi le finestre, spranga il muro di cinta”), tornano mutate alla fine, a sottolineare il cambio di registro, la presa di coscienza definitiva (“Apri le porte, apri le finestre, disserra la città” (…) “forse incontrerò un uomo con cui parlare”).

Non è più lei, però, a pronunciarle, ma una voce di uomo fuori campo (Germano Piazza). Mentre la donna esce di scena, lentamente, solenne, con l’espressione grave, l’assenza si fa presenza, presa di coscienza finale.

E’ come se Aiace dopo aver dato sfogo al suo tormento per voce di una donna, quindi dopo essere entrato in contatto con la propria sensibilità e il proprio modo di sentire le cose, possa finalmente riappropriarsi della propria vita decidendone la fine.

Ad accompagnare l’intera rappresentazione è l’efficace scenografia sonora di Arturo Annecchino che suuggerisce l’ambiente circostante, nel rumore delle catene, nei cancelli che si chiudono, nel richiamo verbale al clangore delle armi, nell’acqua che scorre lenta, ma anche rappresenta i moti interni all’animo con rumori, suoni, graffi e versi che ne restituiscono il tormento.

 

Aiace

di Ghiannis Ritsos

traduzione Nicola Crocetti

con Viola Graziosi

voce Graziano Piazza

regia Graziano Piazza

scenografia musicale Arturo Annecchino

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