B75_8279

Se ne è parlato tanto, sembra il personaggio emergente del momento: Giovanni Scifoni, dopo aver sbancato in poche ore le settimane di tenitura del Teatro Brancaccino e del Sala Umberto, fa il pienone nell’unica data al Teatro Brancaccio con lo spettacolo Santo Piacere.

Tutto ciò ha creato grandi aspettative personali che sono rimaste, però, frustrate dal risultato finale.

Giovanni Scifoni con Santo Piacere si pone lo scopo di risolvere una volta per tutte l’eterno conflitto tra fede cristiana e piacere sessuale.

La scena si apre sul palco diviso immaginariamente in tre spazi: a sinistra una piramide di libri (la cultura, lo studio, la conoscenza, le informazioni che si raccolgono e stratificano); al centro un inginocchiatoio su cui pende una lampadina nuda; a destra un crocifisso bizantino ingombro di oggetti: una stola viola, una papalina, un fez, un retino, delle cesoie, una scopa…

Scifoni pone al centro del racconto se stesso e le proprie esperienze personali. All’interno del  conflitto tra sesso e amore, tra fede cristiana e istinto, egli si chiede: “ma io cosa voglio, a me cosa piace?”, rendendo partecipe il pubblico del proprio percorso umano e spirituale, condividendo le proprie considerazioni e il proprio atteggiamento nei confronti dell’argomento.

Passa da un discorso a un ricordo, da una storia personale a considerazioni generali, attraverso citazioni erudite in un flusso di coscienza a tratti divertente, ma scomposto e disorganico.

Il racconto attraversa diversi concetti senza approfondirne nessuno: si parla della sacralità della donna, dell’obbedienza alla natura, degli stimoli esterni che condizionano i comportamenti umani.

Piano piano lo spettacolo si rivela una lezione di catechismo a teatro: una lezione divertente, portata avanti con maestria e capacità dialettica, ma pur sempre un sermone, sullo stile di quelli americani che si vedevano una volta in televisione.

Molto lentamente si delinea un quadro che parte da spunti interessanti, ma vira verso conclusioni non necessariamente condivisibili.

Scifoni individua il discrimine di tutti i problemi dell’uomo in materia sessuale nella morale cattolica, che abbraccia totalmente, ma di cui non esplora gli aspetti scomodi: propone una propria visione ed una soluzione personale che cerca con sottigliezza di far passare come universale; mette in guardia dai condizionamenti esterni, ma sembra a sua volta voler condizionare chi lo ascolta.

La drammaturgia non è brillante: anche gli altri due personaggi che interpreta (l’ingenuo Don Mauro, rappresentante di un catechismo semplice e immediato e Rashid, pizzettaio musulmano modernista) e le incursioni in scena di una presenza femminile tentatrice che egli si impone di evitare, non hanno forza e non aggiungono nulla.

Lo spettacolo arriva ad essere addirittura irritante quando insinua che solo un uomo e una donna sposati possano essere capaci di amore e sacrificio quando, invece, possono esserne anche gli atei, gli agnostici, quelli che hanno creduto, quelli dubbiosi, quelli che vivono una propria spiritualità.

Il messaggio veicolato da Santo piacere ci riporta ad una considerazione del rapporto  tra fede e piacere di tipo medievale. E’ uno spettacolo che vuole fare la morale, che sembra voler catechizzare e dire cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Giovanni Scifoni è un attore molto bravo, presente, coinvolto e ha una bella voce. Eppure, mentre scena dopo scena si spoglia dei propri abiti come a volersi liberare dai pregiudizi e dai luoghi comuni, invece finisce per imporre un enorme pregiudizio: che sia corretto, vero e giusto solo quello che egli sta rappresentando.

Se è vero, come egli stesso recita, che “l’amore di Dio ha riempito il mondo di piacere e Dio è contento quando godo” allora non bisognerebbe imprigionare il piacere e l’amore, ma si dovrebbe poterli lasciare andare per il mondo.

Santo Piacere

Dio è contento quando godo

Produzione Engage

di e con Giovanni Scifoni

regia Vincenzo Incenzo

balla Anissa Bertacchinini

FacebookTwitterPinterestGoogle +Stumbleupon